domenica 27 agosto 2017

Il periodo spagnolo

   Con gli Aragonesi, subentrati agli Angioini dopo l’insurrezione dei Vespri nel 1282, nell' ericino, nel XV sec. , riprende l’interesse per l’attività agricola.
 entroterra agricolo nell'ericino
   Tutto il territorio siciliano era stato suddiviso in feudi e dato in enfiteusi alle famiglie locali più facoltose e potenti. All’interno dei feudi c’erano delimitate estensioni di terreno riservate alla coltivazione, al pascolo ed alla legnagione. Da un elenco posteriore del 1616 risulta che anche il tratto costiero che va da punta San Vito fino al fiume Forgia era costituito di feudi (sette).
   Il Monte Cofano veniva a trovarsi compreso tra il feudo di Sanguigno a Sud, con le attuali località di Scurati e Cornino all’estremità del golfo di Bonagia, e il feudo di Castelluzzo (con la sua piana) a Nord-Est, la cui estensione giungeva fino alle falde di Cofano, sull’omonimo golfo.

giovedì 20 luglio 2017

Dagli Arabi ai Normanno-Svevi

   Il periodo arabo, se è accertato che fu florido per tutta quanta la Sicilia, non fu, invece, particolarmente favorevole per l’intero territorio ericino, anche se continuò a essere densamente abitato. Purtroppo alle descrizioni tramandateci da geografi viaggiatori di borghi prosperi e campagne ben coltivate non sempre fanno riscontro tracce materiali e più volte dobbiamo accontentarci solo di preziose indicazioni toponomastiche.   Il territorio, come aveva già osservato il viaggiatore arabo Ibn Giubayr, in alcune zone era ricco di acqua e di verde, ma nelle rimanenti, che si estendevano fin sotto le pendici di Monte Cofano e oltre, fino a capo San Vito, era più brullo e spopolato e doveva presentarsi come una terra poco adatta alle colture.  
   La città di Erice non visse un’età prospera economicamente anche se rimaneva sempre punto di riferimento per le popolazioni locali sottostanti, ma,  più che altro, per il ruolo di difesa che rivestiva, data la sua posizione sulla sommità di un monte. Un altro viaggiatore arabo, Edrisi, in uno dei suoi viaggi, descrive Erice ed il suo territorio dall’economia in abbandono, isolata commercialmente dal resto della Sicilia.
   Per l’economia delle località rivierasche fondamentale era la pesca del tonno e un apporto significativo devono certamente averlo dato le tonnare di Bonagia, di Cofano e di San Vito Lo Capo. Questa attività, forse, è la maggiore sfruttata dagli arabi per lo sviluppo dell’intera area.
torri del castello normanno XII sec.
   Fu la conquista normanna che riportò il territorio ericino alla prosperità dei tempi antichi. I Normanni, nel quadro della loro politica espansionistica, diedero nuova vita alla città di Erice che ritornò ad essere roccaforte militare e punto strategico importantissimo nel Canale di Sicilia, oltre che centro eocnomico di grande ricchezza. L'antico Santuario di Venere ericina fu fortificato. Nel castello dimorava il Baijulo, rappresentante dell'autorità regia.
porta castello normanno
   Sotto Guglielmo II d’Altavilla (1154-1189) la città prese nome di Monte San Giuliano, fu dichiarata Demanio Regio e Fortezza reale, e le fu concessa la giurisdizione del territorio circostante. Nel 1199 veniva riconfermato alla città il possesso del territorio assegnato da Guglielmo II e, nel 1241, Federico II di Svevia, con un Diploma di assegnazione delle suddette terre, vi aggiungeva 14 Casali 1, tra i quali erano comprese le terre tra San Vito Lo Capo e Bonagia lungo la fascia costiera.
 Nota
1. I casali consistevano in appezzamenti di terreno circoscritti, prive di strutture governative ed economiche. In essi la popolazione locale si addensava perché trovava condizioni ambientali favorevoli alla difesa personale, alla pratica dell’agricoltura e alla vicinanza dei pascoli.


   

  

lunedì 17 luglio 2017

Dominatori

   Il periodo romano è molto difficile per l’Isola e lascia profondi segni dovuti al mal governo imposto da Roma. I Romani infatti furono i primi a comportarsi da dominatori ed è per questo forse che i siciliani non assimilarono facilmente la cultura latina così come era successo per quella greca.
   Con la sconfitta dei cartaginesi nella prima guerra punica (battaglia delle Egadi, 241 a. C.) la Sicilia, dunque, passa sotto il dominio di Roma e ne diventa la prima provincia (240 a. C.).
Capo Boeo, fortificazioni romane
dentro il parco archeologico
   Si apre per l’Isola un periodo triste perché incomincia uno sfruttamento sistematico delle sue risorse. Il suolo siciliano, che venne utilizzato per approvvigionare l’esercito romano, fu suddiviso in enormi tenute (latifondi) per intensificare la coltura del grano; i patrizi romani costruirono sulle loro proprietà ville sontuose dove soggiornare per controllare i loro interessi terrieri, ma non si curarono molto dello stato di abbandono di intere aree.
mosaico frigidarium
Insula di Capo Boeo
 
   Per i siciliani iniziò un periodo di vessazioni fiscali perché furono obbligati a versare a Roma pesanti tributi. La Sicilia fu governata da un pretore e da due questori; la sede di una delle due questure fu Lilibeo (l’odierna Marsala) che divenne il principale centro del territorio occidentale della provincia romana, polo economico ed amministrativo e base navale e mercantile, mentre nel resto del territorio si accentua il carattere rurale dovuto all’aumento della produzione del grano che trasforma la provincia in una grande azienda cerealicola al servizio dello Stato.
   Gli anni in cui Verre fu pretore sono passati alla storia come anni di malgoverno e di ruberie, e i siciliani per difendersi si rivolsero a Cicerone (l’avvocato più in gamba che ci fosse sulla piazza), il quale nel 75 a. C. era  già stato questore a Lilibeo (Cicerone, Divinatio in Caec., 1).

domenica 9 luglio 2017

La vicenda di Dorieo

    Apparentemente sembra che non ci possa essere alcun nesso tra il personaggio di Dorieo e monte Cofano, ma non è così se è dato per scontato che, storicamente, le vicende di Cofano sono legate a quelle di Erice a cui va riferita la vicenda di Dorieo.
   Dorieo era un principe spartano che, negli ultimi decenni del VI secolo a. C. (ormai verso la fine del grande esodo greco che aveva dato vita alla Magna Grecia), con un’impresa che era stata approvata ufficialmente da Sparta, aveva fondato la città di Eraclea presso il monte Erice.  

   Racconta Erodoto, che Dorieo giunse nel territorio di Erice dove fece erigere la città di Eraclea Sicula, la quale venne distrutta nel 480 a. C. dagli eserciti alleati delle popolazioni indigene. Lo stesso Dorieo pare sia caduto in battaglia, i superstiti, invece, fuggirono presso i greci di Selinunte (ultimo avamposto greco nella Sicilia meridionale) stabilendosi nella città di Minoa, che in seguito prese il nome di Eraclea Minoa.

giovedì 6 luglio 2017

Mozia e i Fenicio-punici

   Nella Sicilia occidentale in cui prima i Fenici e poi i Punici estesero la loro influenza il loro più importante insediamento fu Mozia
   Mozia fu forse la principale colonia fenicio-punico del Mediterraneo ed è stata una fonte inesauribile di notizie per la conoscenza della civiltà fenicia, quasi a preferenza della stessa Cartagine.
le aree di influenza fenicia
   Situata in mezzo ad una laguna, lo Stagnone di Marsala, fu fondata nell’VIII sec. a. C. Oggi si identifica con l’isola di San Pantaleo ed appartiene alla fondazione Whitaker che ospita un museo in loco. Whitaker era un  imprenditore vitivinicolo inglese, appassionato di archeologia,  che acquistò l'isola nel 1906 promuovendone gli scavi; la sua monografia Mothia  resta ancora un punto di riferimento per gli studi su Mozia.


il museo Whitaker   
   La felice posizione dell'isola, punto di transito per le rotte commerciali tra Est e Ovest del Mediterraneo, favorì un lungo periodo di prosperità che durò fino al VI sec.a.C. L'ubicazione vicino alla terraferma era ideale anche per garantire sicurezza e scambi commerciali con le popolazioni indigene del luogo, gli Elimi. Con i Greci, invece, che avevano fondato colonie in Sicilia, ci furono rivalità e scontri armati.
   Nel VI secolo l’isola venne fortificata lungo tutto il suo perimetro per difendersi dagli attacchi nemici, divenendo così anche un potente porto militare non distante da Cartagine, di cui difendeva gli interessi politico-economici nel Mediterraneo e dalla quale poteva ricevere aiuti militari in caso di guerra. Le fortificazioni tornarono utili quando avvenne lo scontro con Dionisio I di Siracusa nel 397 a. C. che conquistò e distrusse Mozia. Ci furono incendi, saccheggi e deportazioni. Una parte dei sopravvissuti si rifugiò sul vicino promontorio di Lilibeo (oggi Marsala) dando vita a una nuova città, altri ritornarono sull’isola, ma la città non si riebbe più ed iniziò a decadere. 

domenica 2 luglio 2017

Colonizzatori

   Nell’VIII secolo a. C., quando nella Sicilia orientale arrivarono i colonizzatori greci, i Fenici avevano già le loro basi commerciali nell'Isola, ma preferirono spostarsi nella parte occidentale per poter svolgere più liberamente le loro attività commerciali. La Sicilia restò in questo modo divisa in due zone: quella occidentale di influenza fenicia e quella orientale di influenza greca che, sul versante meridionale, arrivava fino a Selinunte. Ne rimaneva decisamente escluso, quindi, tutto il litorale trapanese che non ha mai risentito della cultura greca.
   Anche riguardo la colonizzazione fenicia in Sicilia le notizie sono incerte, possiamo contare su un solo punto di riferimento, attendibile perché suffragato dalle testimonianze archeologiche: la fondazione dell’isola di Mozia nella laguna dello Stagnone, di fronte il litorale compreso tra Trapani e Marsala. A giudicare dai reperti ritrovati sembra che la città fosse nata come centro commerciale alla fine dell’VIII secolo a. C. La colonia divenne il più importante dei tre insediamenti fenici della Sicilia (gli altri due erano Panormo e Solunto).
   Si intuisce già come i punici abbiano potuto estendere in modo così uniforme la loro influenza economica e politica sul territorio vicino, essendo ben piazzati a Erice e a Mozia.
Mozia: alcuni resti
   Data la pratica dei traffici commerciali di questo popolo, gli scambi di prodotti con i popoli indigeni e con le colonie greche viciniori, si suppone, dovettero essere numerosi e anche pacifici. Anche se di stirpe e di cultura diversa, i fenicio-punici di Mozia furono notevolmente influenzati dalla superiorità della cultura greca.
   In un primo momento i rapporti tra i due colonizzatori, pur praticando greci e fenici le stesse attività legate ai traffici commerciali, furono amichevoli e di reciproci scambi, come è documentato anche dai dati archeologici; successivamente si incrinarono arrivando perfino a scontri armati, come dimostra la distruzione di Mozia da parte dei greci di Siracusa nel 397 a. C.
Mozia, il cothon
   Quanto ai contatti tra Mozia e Cartagine, che si trovava solo a qualche giorno di navigazione, sulla costa tunisina, essi furono  molto stretti e qualche secolo più tardi, durante le guerre puniche in Sicilia, Mozia fu utilizzata dai cartaginesi come base militare per gli attacchi contro Roma.
   Dopo la distruzione di Mozia, gli abitanti sopravvissuti si trasferirono sulla terraferma, anzi pare che Lilybaeum, la città di Marsala, accogliesse i superstiti. Quando l’impero cartaginese, ormai al culmine della sua potenza economica e militare, iniziò la sfida diretta con Roma, Lilybaeum, Drepanon (l’odierna Trapani) ed Erice restarono immediatamente coinvolti  nello scontro tra le due rivali.


sabato 1 luglio 2017

Indigeni

   Per comprendere i fatti e gli avvenimenti storici che si sono svolti nel territorio in cui è compreso Monte Cofano è indispensabile ripercorrere in breve la storia della Sicilia e soffermarsi sulle vicende dei popoli che l’hanno popolato. Appariranno in tal modo fin troppo evidenti  le relazioni che intercorrono tra questi ultimi e la cittadina ubicata sulla vetta del Monte Erice che è stata per diversi secoli la protagonista degli eventi verificatisi nel territorio trapanese.  
   La storia dei Comuni e delle contrade della fascia litorale Nord-occidentale del territorio di Trapani che si estende dal capoluogo fino a San Vito Lo Capo, ha fatto, per lunghissimo tempo, parte integrante della storia di Erice, sicché per millenni le vicende di questi luoghi hanno seguito, spesso marginalmente, il processo storico della cittadina ericina.
   Questo processo ha avuto inizio dagli inizi della storia attraverso popoli come Sicani, Elimi, Fenici, Greci, Romani ed è continuato con Arabi, Normanni, Svevi, Spagnoli e Borboni: tutti popoli che si sono avvicendati sull’Isola lasciando un’impronta indelebile del loro passaggio. Pertanto i periodi  in cui generalmente si suddivide la storia della Sicilia evidenziano il legame esistente tra la città di Erice e il monte Cofano che del territorio ericino fa parte.  
i popoli indigeni dislocati sul territorio siciliano
   Il primo periodo storico  mette in evidenza i rapporti tra i popoli indigeni e i nuovi arrivati che si introdussero nel territorio, questi primi contatti furono sostanzialmente di favorevole convivenza umana (se proprio non vogliamo chiamarli pacifici).

lunedì 19 giugno 2017

La grotta di Levanzo

   Anche se non si trova sulla terraferma e nell’area che stiamo trattando, si inserisce nel numero delle grotte litoranee la grotta di Cala dei Genovesi scoperta nell’isola di Levanzo (i Genovesi una volta erano proprietari dell’isola), nell’arcipelago delle Egadi, e che è stata considerata la più interessante delle grotte del trapanese e una delle più significative dell’area mediterranea.
l'isola di Levanzo
   Si trova sulla costa occidentale dell’isola di Levanzo a circa 30 metri s.l.m. ed è più facilmente raggiungibile in barca (per visitarla bisogna rivolgersi al custode) perché a piedi dista  mezz’ora di cammino dal paese.
   La grotta vera e propria è preceduta da una avangrotta naturale che si apre sulla cala. Nella parte anteriore della grotta sono stati trovati resti di animali del Paleolitico Superiore e arnesi di selce fino ad arrivare al tardo Neolitico. Il retrogrotta, a cui si accede attraverso uno strettissimo cunicolo, è più interessante perché è quella nella quale si trovano le incisioni paleolitiche oltre alle numerose pitture di età più recente.
   I graffiti raffigurano diversi animali del periodo quaternario come il cervus, il bos, l’equus nonché alcune figure umane che portano maschere a testa di uccello come quelle della grotta dell’Addaura sul monte Pellegrino a Palermo.
i dipinti all'interno della grotta
   Le figure, nell’insieme, sono poco visibili se non vengono illuminate e sono in tutto 33: 29 animali e 4 umane. Lo stile  artistico è caratterizzato da una certa essenzialità grafica,  tipica dell’arte mediterranea così semplice e lineare, quasi geometrica. Le incisioni risalgono a circa 12.000 anni fa.
  Quanto al secondo gruppo di figure che sono dipinte, in nero o rosso: alcune rappresentano uomini con le gambe divaricate ed altre sagome femminili a forma di violino; sono disegnati anche mammiferi e pesci. Tra i pesci sono riconoscibili i tonni, tre in tutto.


sabato 25 marzo 2017

Grotte del litorale trapanese

   Riporto qui  i nomi di alcune grotte preistoriche del trapanese, con la relativa descrizione geografica e culturale e con il nome dell’esploratore o ricercatore a cui si deve la  scoperta-conoscenza. Il percorso ha inizio dal litorale tirrenico che da Trapani-Pizzolngo giunge fino alla Riserva dello “Zingaro.  
parete grotta Emiliana
interno  grotta Emiliana

   La prima grotta che si incontra sulla strada che da Trapani porta a Bonagia è la Grotta Emiliana. Si trova all’altezza di circa 60 m.s.l.m. ed è una delle più ampie grotte del litorale. Essa fu esplorata da Dalla Rosa nel 1869 e da allora l’esplorazione è stata successivamente ripresa in tempi più recenti. Tra il materiale osseo, individuato dentro la grotta, c’è la zanna di un elefantino nano che durante il Paleolitico abitava in questi luoghi. Le ossa di cervus elefus, di equus caballus e sus scrofa costituiscono, però, il deposito più ricco ed interessante della grotta.
  

lunedì 20 marzo 2017

Le esplorazioni delle grotte litoranee


   Le grotte preistoriche presenti lungo la fascia litoranea del trapanese, comprese le isole, nell’arco di centocinquanta anni sono state oggetto sia di esplorazioni superficiali sia di ricerca sistematica alla quale hanno fatto seguito studi e pubblicazioni di vario genere. Nella lunga e lenta storia delle ricerche archeologiche le prime esplorazioni sono state incomplete e condotte con metodi di indagine che oggi appaiono scientificamente superati. Rara eccezione rappresentano la Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo e la Grotta dell’Uzzo dentro la riserva dello “Zingaro”, le uniche dove le campagne di scavo sono state condotte con metodi più moderni.
  Infatti, riguardo l’attività di ricerca vera e propria, quella relativa alla grotta di Cala dei Genovesi ha segnato una tappa importante nella storia della ricerca sulla preistoria trapanese perché, sia i procedimenti di scavo che di analisi dei materiali scoperti, sono stati condotti con metodi precisi e scrupolosi che, agli inizi degli anni ‘50, periodo in cui sono stati effettuati, si possono considerare scientificamente innovativi: lo scavo, portato avanti da P. Graziosi, fu condotto con metodo stratigrafico. Inoltre la datazione al radiocarbonio effettuata sui reperti organici trovati nelle stratificazioni ha consentito una esatta cronologia delle fasi di vita  più lontane della grotta stessa, databili a  12.000 anni fa e una sua frequentazione fino al Neolitico.   

domenica 5 marzo 2017

La cultura delle grotte


   Secondo le tracce ritrovate nelle numerose grotte sparse lungo le coste, gli studiosi hanno accertato che l’insediamento umano in Sicilia risalga al Paleolitico Superiore.
   Come in altre località costiere dell’Isola 1, è nel Paleolitico Superiore che risale anche la più documentata presenza dell’uomo nel territorio di Trapani. I dati archeologici confermano che gruppi umani abitavano le grotte presenti lungo i litorali, da quelli delle isole di Favignana e di Levanzo, a quelli di Erice, di Custonaci e di San Vito Lo Capo 2.
   Per i fautori dell’ipotesi della provenienza Nord africana delle prime genti che arrivarono in Sicilia sono i litorali che devono essere apparsi ambienti favorevoli per l’insediamento, ricchi di selvaggina e di ripari naturali sotto roccia, che, per la loro ampiezza, erano comodi e adatti alla vita di comunità, vicini anche al punto di approdo, arrivando i migranti dal mare.
Tutti i siti ingrottati hanno testimoniato la presenza di un habitat preistorico tale da consentire una ricostruzione attendibile del modo di vivere e del livello di civiltà raggiunto dalle popolazione che vissero in Sicilia alla fine del Pleistocene, dopo l’ultima glaciazione di Wurm 3
   Si tratta principalmente di strumenti in selce, da armi per la pratica della caccia agli utensili più svariati (coltelli, raschiatoi, bulini, punte di armi) 4, per non parlare, poi, dei graffiti e delle pitture rupestri 5.
museo Torre di Ligny di Trapani
reperti preistorici  

martedì 28 febbraio 2017

Sul primo popolamento in Sicilia

   Di recente ho rivisitato i miei appunti su monte Cofano e sul territorio ericino con l'intenzione di pubblicarli. Ho cominciato ad analizzarli e ho suddiviso il materiale per periodi (l'idea mi sembrava buona) dandogli un titolo che lo rappresentasse. Ho pensato che in questo modo sarebbe stato più facile far emergere, per ogni epoca storica, le vicende principali di quest'area. Ho ritenuto indispensabile agganciare le vicende locali a quelle dell'intera Sicilia per delineare un quadro d'insieme più chiaro e comprensibile, puntando su riferimenti precisi di cui ero a conoscenza per i miei studi classici o per le ricerche effettuate presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani.     La storia della Sicilia è ricca di avvenimenti e sono molte le testimonianze arrivate fino a noi: popoli diversi l'hanno popolata nei millenni e ognuno di essi ha lasciato un segno tangibile nella cultura, nell'arte e nella lingua. Se vogliamo capirla meglio dobbiamo iniziare dai primordi cioè dalla prima presenza umana sull'Isola.     Sul primo popolamento in Sicilia l’ipotesi più accreditata è che i popoli che arrivarono migrassero dal Nord Africa. Il passaggio in Sicilia di genti provenienti dal Nord Africa sarebbe stato favorito dalla distanza minima che c’è tra le due coste.