lunedì 17 luglio 2017

Dominatori

   Il periodo romano è molto difficile per l’Isola e lascia profondi segni dovuti al mal governo imposto da Roma. I Romani infatti furono i primi a comportarsi da dominatori ed è per questo forse che i siciliani non assimilarono facilmente la cultura latina così come era successo per quella greca.
   Con la sconfitta dei cartaginesi nella prima guerra punica (battaglia delle Egadi, 241 a. C.) la Sicilia, dunque, passa sotto il dominio di Roma e ne diventa la prima provincia (240 a. C.).
Capo Boeo, fortificazioni romane
dentro il parco archeologico
   Si apre per l’Isola un periodo triste perché incomincia uno sfruttamento sistematico delle sue risorse. Il suolo siciliano, che venne utilizzato per approvvigionare l’esercito romano, fu suddiviso in enormi tenute (latifondi) per intensificare la coltura del grano; i patrizi romani costruirono sulle loro proprietà ville sontuose dove soggiornare per controllare i loro interessi terrieri, ma non si curarono molto dello stato di abbandono di intere aree.
mosaico frigidarium
Insula di Capo Boeo
 
   Per i siciliani iniziò un periodo di vessazioni fiscali perché furono obbligati a versare a Roma pesanti tributi. La Sicilia fu governata da un pretore e da due questori; la sede di una delle due questure fu Lilibeo (l’odierna Marsala) che divenne il principale centro del territorio occidentale della provincia romana, polo economico ed amministrativo e base navale e mercantile, mentre nel resto del territorio si accentua il carattere rurale dovuto all’aumento della produzione del grano che trasforma la provincia in una grande azienda cerealicola al servizio dello Stato.
   Gli anni in cui Verre fu pretore sono passati alla storia come anni di malgoverno e di ruberie, e i siciliani per difendersi si rivolsero a Cicerone (l’avvocato più in gamba che ci fosse sulla piazza), il quale nel 75 a. C. era  già stato questore a Lilibeo (Cicerone, Divinatio in Caec., 1).
   Con il passaggio sotto il dominio romano Erice, pur continuando ad essere punto di riferimento per tutto il territorio ericino, iniziò il suo declino perdendo totalmente la sua funzione strategica a tutto vantaggio della vicina Lilibeo. I romani si adoperarono solamente di mantenere in ottimo stato il tempio di Venere Ericina tributando denari al suo Santuario e mantenendo il culto  della dea 1. All'interno del Themenos (recinto sacro che delimitava il tempio all'aperto) restano alcuni significativi reperti che mantengono vivo il mito della dea fra cui la testina di Venere (V sec. a. C.) conservata al Polo Museale Cordici a Erice.  

pozzo di Venere e colombaia
rocchi di colonne doriche
   Le notizie storiche di epoca romana riguardanti il territorio che va da Bonagia, Custonaci, fino a San Vito Lo Capo, sono piuttosto carenti. Le aree erano scarsamente abitate e la popolazione si dedicava quasi esclusivamente all’allevamento del bestiame ma le fonti letterarie classiche dicono poco riguardo la presenza di comunità di pastori e di agricoltori (che pur dovevano esserci) esistenti nel territorio ericino.
   Secondo le testimonianze di Eliano e di Ateneo queste antiche comunità dovettero essere numerose data la notorietà dei formaggi e dei latticini e degli altri prodotti della terra. In epoca tardo-imperiale le attività pastorizie e le modeste attività agricole della zona furono coordinate dalla “massa” 2costituita da estese proprietà appartenenti alla famiglia patrizia  romana dei Nicomachi.
   Di tale periodo una villa romana è stata individuata dagli storici in contrada Sant’Andrea, mentre il ritrovamento di un pavimento a mosaico, sempre di età romana, presume la presenza di un insediamento nella Piana di Sanguigno.
   Nei secoli successivi al periodo romano, che furono di decadenza, non si segnalano scontri bellici né altri fatti eclatanti che potessero apportare cambiamenti nella gestione del territorio ericino, come anche della Sicilia, da parte di nuovi dominatori e la zona pedemontana dovette essere intensamente abitata anche in epoca bizantina 3, di cui però non ci occupiamo.
 Note
1.  Il monte Erice era stato sede, fin dai tempi preistorici di un culto pagano in onore di una divinità femminile, simbolo della fecondità, dell’amore e della bellezza. Il culto  si protrasse per diversi secoli attraverso pellegrinaggi al tempio della dea  con rituali che vanno dalle anagogie alle catagogie (il volo delle colombe verso l’Africa e il loro ritorno), feste propiziatorie durante le quali la dea e le sue jerodule (sacerdotesse sacre) sono celebrate nella loro sacralità.
 Numerose sono le citazioni di Erice e del suo Santuario nella letteratura latina: Cicerone, Ovidio, Orazio, Catullo e Virgilio.
Il culto pagano si protrasse almeno fino al 15° sec. d. C. periodo in cui le cronache registrano pellegrinaggi al tempio della Dea. Fortemente impresso nella pratica religiosa delle popolazioni locali, lentamente, venne soppiantato, nella mente e nel cuore dei fedeli, da quello cristiano della Madonna di Custonaci.
2.  La massa era una riunione di poderi e case rurali in una specie di comune, con propria amministrazione.
3.  Al riflusso del periodo bizantino verso la costa fa seguito il processo di urbanizzazione diffusa operata da Arabi e mantenuta dai Normanni. I nuovi arrivati spingono le popolazioni verso la campagna e la organizzano secondo un nuovo assetto territoriale che durerà molto a lungo.

  

Nessun commento:

Posta un commento