martedì 26 marzo 2024

La venuta di Garibaldi

   Notevole fu il contributo che l’area ericina diede all’Unificazione dell’Italia. Il Risorgimento isolano deve  a Valderice alcuni nomi eccellenti che organizzarono coraggiosamente la propaganda rivoluzionaria antiborbonica. Basti ricordare Giuseppe Coppola la cui opera fu tesa all’arruolamento di contadini che dovevano congiungersi ai garibaldini a Salemi.


   Quanto a Giuseppe Garibaldi, dopo lo sbarco a Marsala e tutte le battaglie vinte contro i Borboni, diede inizio alla Dittatura della Sicilia che fino al 1860 era stata sotto il Regno delle Due Sicilie proclamandosi dittatore in nome di Vittorio Emanuele II. Era il 14 Maggio 1860. La Dittatura fu proclamata da Salemi e una lapide al Castello Normanno lo ricorda.

Assunta la dittatura Garibaldi, assieme ad altri provvedimenti, decretò l’abolizione del dazio sul macinato (il più odioso) e il divieto di pagare le tasse al governo borbonico. Inoltre un importante decreto stabiliva la divisione delle terre demaniali tra le famiglie che non ne possedevano riservandone una parte ai combattenti della guerra contro i Borboni. Quest’ ultimo provvedimento rispondeva ai bisogni dei contadini che volevano impossessarsi delle terre dei latifondisti e scoppiarono per questo delle rivolte che il governo dittatoriale però non avallò per paura di una rivoluzione sociale che avrebbe compromesso l’unificazione nazionale. I reati sarebbero stati puniti con la pena di morte e i proprietari terrieri in Sicilia si allearono con Garibaldi per salvare le loro proprietà aderendo all’unificazione dell’Italia. I contadini siciliani furono così ingannati. Non si può escludere che la stessa sorte capitasse anche ai contadini del territorio ericino dove, invece, i Borboni avevano dato la possibilità alle classi sociali meno abbienti di costruire le loro case con la terra da coltivare. In seguito all’unificazione d’Italia alla popolazione locale così come a quella siciliana in generale furono imposte le scelte politiche del governo piemontese tra cui una pesante pressione fiscale e la leva militare obbligatoria.

mercoledì 20 novembre 2019

I Borboni nel trapanese

    Il territorio della Sicilia della punta più estrema occidentale, che sotto i Borboni era venuto a trovarsi nella circoscrizione provinciale di Trapani, si sviluppava a nord dal Golfo di Castellammare a Capo San Vito e più a sud da Monte Cofano fino a Selinunte in modo poco omogeneo sia geografico che economico.
Monte Erice e il golfo di Bonagia
tra Trapani e Capo San Vito
   La riforma amministrativa borbonica (che in passato aveva visto Trapani città capo Valle) non risolse problemi preesistenti anzi rese più manifesta la diversità sociale e soprattutto agricola delle varie zone del trapanese. Le differenze maggiori si notavano tra l'hinterland ericino, il marsalese e i latifondi dei paesi dell'interno, mentre Trapani, che vantava una discreta crescita economica, restava isolata. L'isolamento era dovuto principalmente alla mancanza di collegamenti stradali con il resto della Sicilia. Le plurisecolari trazzere servivano per trasportare le merci dalle campagne agli approdi marittimi del litorale per essere caricate su piccole barche che avrebbero navigato sottocosta. Un sistema di strade carrozzabili fu progettato solo dopo il 1824 e, nonostante ciò, Trapani non fu collegata ancora per molto tempo con tutti i centri urbani della costa meridionale né con Monte San Giuliano (l'odierna Erice) e il suo vasto territorio. Erice, raggiungibile solo percorrendo mulattiere e sentieri impervi rimase isolata fin quasi all'arrivo di Garibaldi.

lunedì 18 novembre 2019

La Sicilia borbonica


   In seguito alle guerre di successione spagnola ed austriaca, con il trattato di Utrecht la Sicilia venne assegnata a Vittorio Amedeo II, duca di Savoia (1713-1721) e poi a Carlo VI d'Austria (1722-1734).
Nel 1734 una spedizione spagnola riuscì ad occupare l'Isola che passò così sotto il regno di Carlo III di Borbone. Ebbe inizio in questo modo la dominazione borbonica che durò fino al 1860 e fu caratterizzata da una vasta politica di riforme nel campo economico, commerciale, fiscale e religioso. Durante tutto questo arco di tempo, non breve, furono anche promosse opere pubbliche e la creazione di opere pie per l'assistenza ai poveri e agli ammalati.
   I fatti legati ai vertici della monarchia borbonica che ebbero un impatto maggiore sulle sorti della Sicilia furono quelli riguardanti il 1812 quando Ferdinando IV (come re di Napoli) di Borbone, fuggendo da Napoli occupata dai Francesi, riparò in Sicilia (essendo anche re di Sicilia) concedendo ai Siciliani la Costituzione.
L'Italia dopo la Restaurazione del 1815
   

   Le aspettative dei Siciliani erano tante, ma con il Congresso di Vienna (1815) Ferdinando IV (diventato Ferdinando I come re del Regno delle Due Sicilie) avendo avuto restituito il regno, restaurò un governo assoluto e revocò la Costituzione (concessa e approvata dal Parlamento siciliano) con la quale si dichiarava la Sicilia indipendente dal Regno di Napoli. L'abolizione della Costituzione facilitò il compito alla Carboneria di affiliare adepti tra le classi più elevate.
   Negli anni seguenti i Siciliani, insofferenti all'oppressione, manifestarono il desiderio di libertà e di indipendenza con i ben noti moti liberali che prepararono la strada alla spedizione dei "Mille".


venerdì 15 novembre 2019

Nascita di nuovi fenomeni: banditismo e mafia

   Al periodo spagnolo, oltre all'impoverimento graduale e progressivo dell'economia siciliana, alle rivolte popolari e alle epidemie di peste c'è da collegare anche la nascita del banditismo, fenomeno nuovo e collaterale alla classe dei "gabelloti" uomini di fiducia dei Baroni siciliani, preposti alla riscossione delle tasse imposte ai contadini costretti a lavorare per i loro padroni oltre il limite della povertà. 
   Il banditismo creò, talvolta, fascino e simpatia fra il popolo il quale manifestò la propria solidarietà e protezione spontanea ai banditi con una fitta rete di omertà. In un mondo di ingiustizie sociali i poveri si sentirono più difesi dai banditi  rispetto alla protezione delle leggi spesso fatte a misura dei padroni. Le origini della "mafia" siciliana" secondo gli studiosi si fanno risalire a questo periodo come reazione ad un mondo di ingiustizie e di sopraffazioni dalle quali era difficile uscire senza l'aiuto di protettori speciali ai quali si manifestava  rispetto e si prometteva obbedienza. 
   Saranno fenomeni questi che dureranno a lungo anzi nei secoli successivi si intensificheranno fino ad esplodere con violenza.        

domenica 27 agosto 2017

Il periodo spagnolo

   Con gli Aragonesi, subentrati agli Angioini dopo l’insurrezione dei Vespri nel 1282, nell' ericino, nel XV sec. , riprende l’interesse per l’attività agricola.
 entroterra agricolo nell'ericino
   Tutto il territorio siciliano era stato suddiviso in feudi e dato in enfiteusi alle famiglie locali più facoltose e potenti. All’interno dei feudi c’erano delimitate estensioni di terreno riservate alla coltivazione, al pascolo ed alla legnagione. Da un elenco posteriore del 1616 risulta che anche il tratto costiero che va da punta San Vito fino al fiume Forgia era costituito di feudi (sette).
   Il Monte Cofano veniva a trovarsi compreso tra il feudo di Sanguigno a Sud, con le attuali località di Scurati e Cornino all’estremità del golfo di Bonagia, e il feudo di Castelluzzo (con la sua piana) a Nord-Est, la cui estensione giungeva fino alle falde di Cofano, sull’omonimo golfo.

giovedì 20 luglio 2017

Dagli Arabi ai Normanno-Svevi

   Il periodo arabo, se è accertato che fu florido per tutta quanta la Sicilia, non fu, invece, particolarmente favorevole per l’intero territorio ericino, anche se continuò a essere densamente abitato. Purtroppo alle descrizioni tramandateci da geografi viaggiatori di borghi prosperi e campagne ben coltivate non sempre fanno riscontro tracce materiali e più volte dobbiamo accontentarci solo di preziose indicazioni toponomastiche.   Il territorio, come aveva già osservato il viaggiatore arabo Ibn Giubayr, in alcune zone era ricco di acqua e di verde, ma nelle rimanenti, che si estendevano fin sotto le pendici di Monte Cofano e oltre, fino a capo San Vito, era più brullo e spopolato e doveva presentarsi come una terra poco adatta alle colture.  
   La città di Erice non visse un’età prospera economicamente anche se rimaneva sempre punto di riferimento per le popolazioni locali sottostanti, ma,  più che altro, per il ruolo di difesa che rivestiva, data la sua posizione sulla sommità di un monte. Un altro viaggiatore arabo, Edrisi, in uno dei suoi viaggi, descrive Erice ed il suo territorio dall’economia in abbandono, isolata commercialmente dal resto della Sicilia.
   Per l’economia delle località rivierasche fondamentale era la pesca del tonno e un apporto significativo devono certamente averlo dato le tonnare di Bonagia, di Cofano e di San Vito Lo Capo. Questa attività, forse, è la maggiore sfruttata dagli arabi per lo sviluppo dell’intera area.
torri del castello normanno XII sec.
   Fu la conquista normanna che riportò il territorio ericino alla prosperità dei tempi antichi. I Normanni, nel quadro della loro politica espansionistica, diedero nuova vita alla città di Erice che ritornò ad essere roccaforte militare e punto strategico importantissimo nel Canale di Sicilia, oltre che centro eocnomico di grande ricchezza. L'antico Santuario di Venere ericina fu fortificato. Nel castello dimorava il Baijulo, rappresentante dell'autorità regia.
porta castello normanno
   Sotto Guglielmo II d’Altavilla (1154-1189) la città prese nome di Monte San Giuliano, fu dichiarata Demanio Regio e Fortezza reale, e le fu concessa la giurisdizione del territorio circostante. Nel 1199 veniva riconfermato alla città il possesso del territorio assegnato da Guglielmo II e, nel 1241, Federico II di Svevia, con un Diploma di assegnazione delle suddette terre, vi aggiungeva 14 Casali 1, tra i quali erano comprese le terre tra San Vito Lo Capo e Bonagia lungo la fascia costiera.
 Nota
1. I casali consistevano in appezzamenti di terreno circoscritti, prive di strutture governative ed economiche. In essi la popolazione locale si addensava perché trovava condizioni ambientali favorevoli alla difesa personale, alla pratica dell’agricoltura e alla vicinanza dei pascoli.


   

  

lunedì 17 luglio 2017

Dominatori

   Il periodo romano è molto difficile per l’Isola e lascia profondi segni dovuti al mal governo imposto da Roma. I Romani infatti furono i primi a comportarsi da dominatori ed è per questo forse che i siciliani non assimilarono facilmente la cultura latina così come era successo per quella greca.
   Con la sconfitta dei cartaginesi nella prima guerra punica (battaglia delle Egadi, 241 a. C.) la Sicilia, dunque, passa sotto il dominio di Roma e ne diventa la prima provincia (240 a. C.).
Capo Boeo, fortificazioni romane
dentro il parco archeologico
   Si apre per l’Isola un periodo triste perché incomincia uno sfruttamento sistematico delle sue risorse. Il suolo siciliano, che venne utilizzato per approvvigionare l’esercito romano, fu suddiviso in enormi tenute (latifondi) per intensificare la coltura del grano; i patrizi romani costruirono sulle loro proprietà ville sontuose dove soggiornare per controllare i loro interessi terrieri, ma non si curarono molto dello stato di abbandono di intere aree.
mosaico frigidarium
Insula di Capo Boeo
 
   Per i siciliani iniziò un periodo di vessazioni fiscali perché furono obbligati a versare a Roma pesanti tributi. La Sicilia fu governata da un pretore e da due questori; la sede di una delle due questure fu Lilibeo (l’odierna Marsala) che divenne il principale centro del territorio occidentale della provincia romana, polo economico ed amministrativo e base navale e mercantile, mentre nel resto del territorio si accentua il carattere rurale dovuto all’aumento della produzione del grano che trasforma la provincia in una grande azienda cerealicola al servizio dello Stato.
   Gli anni in cui Verre fu pretore sono passati alla storia come anni di malgoverno e di ruberie, e i siciliani per difendersi si rivolsero a Cicerone (l’avvocato più in gamba che ci fosse sulla piazza), il quale nel 75 a. C. era  già stato questore a Lilibeo (Cicerone, Divinatio in Caec., 1).