Le grotte preistoriche presenti lungo la fascia litoranea del trapanese, comprese le isole, nell’arco di centocinquanta anni sono state oggetto sia di esplorazioni superficiali sia di ricerca sistematica alla quale hanno fatto seguito studi e pubblicazioni di vario genere. Nella lunga e lenta storia delle ricerche archeologiche le prime esplorazioni sono state incomplete e condotte con metodi di indagine che oggi appaiono scientificamente superati. Rara eccezione rappresentano la Grotta di Cala dei Genovesi a Levanzo e la Grotta dell’Uzzo dentro la riserva dello “Zingaro”, le uniche dove le campagne di scavo sono state condotte con metodi più moderni.
Infatti, riguardo l’attività di ricerca vera e propria, quella relativa alla grotta di Cala dei Genovesi ha segnato una tappa importante nella storia della ricerca sulla preistoria trapanese perché, sia i procedimenti di scavo che di analisi dei materiali scoperti, sono stati condotti con metodi precisi e scrupolosi che, agli inizi degli anni ‘50, periodo in cui sono stati effettuati, si possono considerare scientificamente innovativi: lo scavo, portato avanti da P. Graziosi, fu condotto con metodo stratigrafico. Inoltre la datazione al radiocarbonio effettuata sui reperti organici trovati nelle stratificazioni ha consentito una esatta cronologia delle fasi di vita più lontane della grotta stessa, databili a 12.000 anni fa e una sua frequentazione fino al Neolitico.
Altra grotta, l’unica in cui l’attività di ricerca, iniziata a partire dalla metà degli anni ’70, è stata portata avanti con rigore scientifico, è quella dell’Uzzo, e per l’utilizzo di nuove tecnologie e per la sperimentazione di nuovi metodi di ricerca, secondo un’ottica che, avvalendosi del supporto di più discipline, ha ricostruito l’habitat integrale della grotta cogliendone i rapporti col mondo esterno.
Nella storia delle esplorazioni si sono verificati anche fatti spiacevoli. Per la maggior parte dei siti individuati i numerosi e interessanti reperti, in particolare quelli scoperti durante i sondaggi di scavo effettuati dai primi esploratori, hanno avuto un triste destino. In massima parte sono scomparsi, perché trafugati, mentre altri sono stati saccheggiati. C’è da dire anche che molti depositi di materiale osseo proveniente dalle grotte preistoriche, del trapanese e di altre zone limitrofe, sono andati distrutti, in seguito al commercio stabilitosi tra la Sicilia occidentale e l’Inghilterra che utilizzava tale materiale per l’industria della porcellana e dei bottoni.
Riguardo alla conservazione in loco, nella sezione dedicata alla preistoria del Museo di Torre di Ligny a Trapani (prima che la torre, dopo uno scrupoloso restauro, fosse destinata ad altro uso) erano esposti alcuni reperti provenienti da grotte del litorale trapanese 1, ora conservati al Museo Pepoli. Il resto dei numerosi materiali rinvenuti si trovano conservati al Museo Archeologico di Palermo, e altri a Parigi, dove finirono al seguito di R.Vaufrey, lo studioso francese che si interessò della preistoria in Sicilia.
La storia delle esplorazioni si concentra tra la seconda metà dell’’800 e la prima metà del ‘900, considerato il periodo d’oro della preistoria siciliana per gli importanti rinvenimenti riguardanti la paleontologia e l’archeologia.
Fu l’inglese H. Falconer che nel 1860 cominciò in Sicilia uno studio sistematico di alcune grotte localizzate sulla costa fra Trapani e Palermo. E’ sempre il Falconer a darci notizia dell’esistenza di un commercio di ossa dalla Sicilia verso l’Inghilterra, per lo più di ippopotami. In Sicilia, oltre alle ossa di elefante nano (a cui l’inglese aveva dato il nome), furono trovati anche ossa di ippopotamo. Fu il barone F. Anca che nello stesso 1860 le rinvenne in alcune grotte nel palermitano e nel messinese.
I ritrovamenti archeologici più numerosi risalgono, però, agli anni 1925-1927 ad opera del francese R. Vaufrey che esplorò in massima parte le grotte del litorale di Custonaci. Il Vaufrey è, forse, lo scopritore-esploratore che viene ricordato meglio per la fama che lo circondò a seguito di queste sue scoperte.
Direttore del museo di Paleontologia umana dell’Università di Parigi, lo studioso francese, alla fine degli anni ‘20 del secolo scorso, a conclusione delle sue ricerche sul Paleolitico in Italia, pubblicò un’opera monumentale intitolata “Le Palèolithique italien” in cui, il materiale depositato nelle grotte del litorale trapanese occupa un posto rilevante tra quello italiano.
Nelle grotte da lui scoperte egli effettuò solo dei sondaggi di superficie, che, se, ai giorni moderni, deve ritenersi poco scientifico, è stato proficuo per la storia dell’archeologia locale, vista la fine che fecero i materiali litici da lui raccolti. Scomparsi, pare abbiano varcato i confini italiani (come è solito accadere spesso al nostro patrimonio archeologico).
La pubblicazione di Vaufrey, rappresenta tuttora l’unica opera sulla paletnologia della zona ed ha avuto il merito di aver fatto conoscere agli studiosi del tempo i siti preistorici
del trapanese, (in particolare quelli di Scurati), fino allora ignorati dal mondo della cultura scientifica. Ma la storia dell’esplorazione archeologica sulla preistoria del trapanese inizia prima di Vaufrey.
Il marchese Guido Dalla Rosa fu il primo a interessarsi delle grotte del litorale compreso fra Monte Erice e il promontorio di San Vito. Oltre alle grotte di Scurati egli esplorò anche la grotta di Martogna e la grotta Emiliana su monte Erice (dove trovò anche resti di elefante), e nel 1870 scrisse una relazione sui risultati delle sue esplorazioni che ci fornisce una descrizione precisa di come dovevano presentarsi le grotte verso la metà dell’800, quando le visitò: alcune di queste erano abitate da pastori del luogo. Ancora oggi molte notizie sulla preistoria dei luoghi sono rimaste ferme alle sue scoperte. L’opuscolo del Della Rosa ha una vasta riproduzione fotografica di selce da lui raccolta.
I nomi del Della Rosa e del Vaufrey sono i primi scopritori-esploratori delle grotte, se così possiamo chiamare i ricercatori più lontani; negli ultimi anni la ricerca non è stata più così intensa e generosa di dati. Se però l’interessamento per la conoscenza della preistoria del territorio ultimamente è stato piuttosto debole (sicuramente per mancanza di fondi), si deve dire ugualmente che sono state fatte scoperte interessantissime legate a nomi eccellenti di archeologi come P. Orsi, P. Graziosi, J. Bovio Marconi, G. Mannino, F. Torre, S. Tusa, sempreché le loro scoperte, effettuate più di qualche decennio fa, si considerino le più recenti (tutto sta nella concezione di tempo che ciascuno di noi si è costruito).
Tranne che per le ripetute campagne di scavo dentro la Grotta dell’Uzzo, intraprese prima dal Mannino nel 1972 e successivamente da M. Piperno e da S. Tusa che, a partire dal 1975 ne diressero i lavori, da allora nelle grotte del litorale trapanese non si è svolta più alcuna attività di ricerca archeologica.
Essa resta ancora in attesa di una meritata ripresa, possiamo perciò affermare che, data l’importanza delle scoperte finora fatte, allo stato presente è intuibile, e sarebbe anche auspicabile che, se venisse potenziata, potrebbe dare un contributo determinante per approfondire la conoscenza della cultura preistorica anche in Europa, non solo in Sicilia.
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Le notizie, derivate dall’analisi attenta dei materiali scavati da altri e dalle campagne di scavi da lui stesso condotte, elaborate e presentate con la lucidità intellettuale che è ampiamente riconosciuta all’autore, rendono quest’opera piacevole e facile da leggere, anche a chi non è addentrato sul periodo che precede la storia umana. Si tratta di un saggio valido scientificamente, esauriente pur nella sua sinteticità, ricco di descrizioni, di immagini e di disegni, ritenuti interessanti dagli appassionati di preistoria.
Riguardo al passato più recente ci risulta che anche il professor F. Anelli, docente di Speleologia dell'Università di Bari ed intenditore di grotte, tra le quali quelle di Castellana, nel 1965 ha condotto uno studio molto accurato sulle grotte del custonacese. Inoltre ci è giunta ancora notizia che altri, come A. Ruggeri si sono interessati di queste grotte, ma non è stato pubblicato alcuno studio a riguardo.
Note
1. Dalla grotta del Crocefisso provengono: mascella completa di cinghiale; emimandibole di uro (bos primigenius); corna di cervo; zannetta di cinghiale; peduncolo su calcare. Dalla grotta Mngiapane provengono: canino di leone delle caverne; grattatoio frontale su lama; ossa lavorate di cervo. Dalla grotta dell’Uzzo proviene: canino di cinghiale. Dalla grotta di Polifemo provengono: molari e canino di ippopotamo.
N.B. È stato possibile scrivere questo post grazie ad attività di ricerca personale presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani

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