mercoledì 2 settembre 2026

La vocazione agricola dell’agro ericino


   Al momento dell’unificazione italiana l’economia della Sicilia era molto distante da quella settentrionale e divenne sempre più ma rcata alla fine dell’Ottocento: il nord era industrializzato e il sud era solo agricolo. Molti erano stati i fattori che avevano contribuito a questa enorme differenza: in particolare l’inadeguatezza delle infrastrutture portuali e della rete stradale e ferroviaria,  senza trascurare il fenomeno mafioso infiltrato nelle varie attività produttive. Molti altri fattori, naturalmente, contribuivano all’arretratezza meridionale dovuti anche alla difficoltà a nascere nuove imprese per mancanza di fondi e iniziative di privati. Comunque la situazione economico-produttiva della città di Trapani non era allarmante perché la città aveva un importante porto a connotazione marittimo-commerciale, un retroterra agricolo-industriale di rispetto e una posizione strategico-militare invidiabile. Nell’agro ericino il comparto agricolo impegnava i contadini dando da vivere alle loro famiglie e anche la pastorizia e gli allevamenti di bovini con la produzione di formaggi e di carni non erano da meno. Vallate fertili, pascoli abbondanti e manodopera facile da reperire dava alle piccole aziende occasioni di sviluppo attorno al capoluogo ericino.

Uliveti a valle dell’ericino
L’ economica del territorio attorno ad Erice, che sappiamo, fin dai tempi più antichi, essere sempre stata agricola con la produzione di cereali, frumento, foraggi, olive e uva si mantenne stabile nei mercati per diversi decenni anzi non ebbe grandi perdite di braccia sia durante l’ ottocentesca ondata di emigrazione sia nel primo novecento anche se il fenomeno raggiunse punte massime in altri centri del trapanese. Sparsi poi c’erano diversi bagli che coordinavano il lavoro agricolo ed accoglievano i lavoratori che potevano contare su vitto e alloggio garantiti. Assieme al comparto agricolo le tonnare, come quella di San Giuliano e di San Vito, erano un altro punto di forza dell’economia ericina. Anche il settore marmifero (nella zona di Custonaci si contava già qualche centinaio di cave) aveva avuto una forte crescita. Erice, però, stava perdendo il suo ruolo di città guida e di centro propulsore delle attività economiche dell’agro ericino. Nella seconda metà del XIX secolo dopo che era stata resa dipendente da Trapani, Erice era molto decaduta e molti suoi abitanti si erano trasferiti nei villaggi sparsi nell’agro dove c’erano terre da coltivare. Ricordo che era stato Federico II con un privilegio del 1241 ad averle concesso questo vasto territorio che comprendeva numerosi casali ed era diviso in feudi e contrade. Nel 1934 Erice con il suo agro contava 35.000 abitanti ma solo qualche migliaio risiedeva nel capoluogo perché il resto della popolazione viveva nei centri agricoli a valle o sulle colline limitrofe. Lo stesso anno del 1934 il vecchio nome di Monte San Giuliano fu sostituito dall’antico nome di Erice.  
Veduta di Valderice
Costituitosi poi nel secondo dopoguerra i comuni autonomi di Valderice, Custonaci, Buseto Palizzolo e San Vito, Erice ha esaurito la sua funzione storica di centro aggregante della popolazione dell’agro ericino. Per il suo clima salubre e il suo patrimonio storico e artistico ha assunto una nuova vocazione che è turistica e culturale oltre che scientifica mentre i nuovi centri urbani dell’agro ericino, dopo l’autonomia, si sono incrementati con una propria identificazione economica: Custonaci si è dedicata principalmente al marmo; Buseto Palizzolo (che si era costituito a comune con l’unione di varie contrade) avendo acqua abbondante in zona, ha dato sviluppo maggiormente all’agricoltura; Valderice, tra i più popolosi centri agricoli dell’agro ericino, nato in mezzo a una valle verde che offre scenari paesaggistici di grande bellezza, è diventato uno dei luoghi più ambiti di villeggiatura. Le contrade che si affacciano sul golfo di Bonagia, come Sant’Andrea, godendo di temperatura fresca per la favorevole posizione, in estate viene scelta anch’essa per villeggiare mentre la stessa Bonagia, prima solo porticciolo di pescatori, ha trasformato la sua vecchia tonnara in un resort turistico. Nel versante più interno le numerose altre frazioni continuano a dedicarsi alle coltivazioni agricole tradizionali come vigneti, oliveti e meloneti. Da qualche decennio, poi, ha avuto un forte incremento in zona l’apicoltura stanziale con produzioni di mieli monoflora. 
Alveari in un uliveto
Attualmente l’elemento che accomuna tutta l’area ericina è la produzione vitivinicola. L’Erice, infatti, è un vino DOC che comprende i vini prodotti nell’area delle colline comprese nei territori ricadenti nei comuni ericini e costituisce il fiore all’occhiello dell’agro ericino assieme all’olio, particolarmente fruttato, prodotto da ulivi centenari. San Vito Lo Capo ha aggiunto alle tradizionali attività agricole e della pesca anche quella del turismo balneare.




 

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